Tra sogno, viaggio e passo da acrobata

TRA SOGNO, VIAGGIO E PASSO DA ACROBATA
(Carmen Leonor Ferro “ACROBATA”; traduzione di Alessio Brandolini)

Eleonora Mozziconi
Davide Toffoli


Acróbata” è una elegante pubblicazione bilingue del 2011, per la Raffaelli Editore: un’antologia poetica che include testi estratti dal libro “El viaje” (2004) e delle successive raccolte inedite “Acróbata” e “Inestabilidad”, qui pubblicate per la prima volta sia in spagnolo che in italiano, nella traduzione dello scrittore romano Alessio Brandolini. L’autrice, Carmen Leonor Ferro, è nata a Caracas nel 1962, laureata in chimica all’Università Simón Bolivar; ha fondato la casa editrice Luna Nueva dell’Università Metropolitana di Caracas, specializzata in traduzioni di poesia. Ha tradotto in spagnolo Ungaretti, Penna e Antonia Pozzi. Vive in Italia dal 2005 ed attualmente è curatrice della collana di poesia ispanoamericana della casa editrice Raffaelli.


L’antologia si apre con la sezione “El viaje” dove, seppur in chiave evocativa, si fa spazio l’esperienza autobiografica dell’autrice, venezuelana ma discendente da immigrati europei fuggiti in America Latina in cerca di speranze e lontano dalla distruzione lasciata dalle guerre e dalla mostruosità dei totalitarismi. La parola è immaginazione, strumento inimitabile per muoversi in uno spazio alieno, inseguendo un “viaggio inverso”, interamente rivolto verso le origini, in un duplice itinerario: quello più reale e fisico del ritorno verso l’Italia dei nonni e quello più immaginario e chimerico verso il recupero del passato, muovendosi sempre con equilibrio da acrobata tra desiderio e memoria. L’eredità lasciata dai nonni è un libro, ma soprattutto un “mare”, che nel simbolo si trasforma neppure troppo lentamente in “oceano” da attraversare, percorrendo a ritroso il percorso degli avi: “Mis abuelos / me habían / dejado / como regalo / un libro / que describía / el mar de un pueblo / pequeño y pobre / del sur de Italia”. Un tema ricorrente è quello del “sogno”, spesso desiderio assoluto del viaggio (“Lo único / que me hacía / levantar / de la cama / y cruzar la frontera / al otro mundo / era el sueño / del viaje”), fuga da un presente percepito come distante e dalle mille maschere indossate nella quotidianità (“la fuga / ma hablaba / día a día / de mis muertes pequeñas”). Sempre il mare è simbolo costante di un futuro che chiama al viaggio necessario: si tenta di immaginare percorsi alternativi, si cerca di restare (“por momentos / uno cree / que el viaje / se acabó / y piensa // esta es la realidad / voy a vivir en ella / como un huésped / a ver si algún día / habla conmigo”); il luogo cui ritornare è una sorta di Eden da riconquistare, prima nel sogno, poi nella vita reale (“del paraiso / nos viene / el lado quieto / de las noches / esas horas / en que nos quedamos / dormidos // sin remordimientos”). Proprio dall’opposizione quasi dialettica tra sogno e realtà scaturiscono l’abbandonarsi alla fuga e il vero inizio del viaggio (“El viaje comienza / cuando estamo despiertos”; e ancora “Muchas veces / tuve la impresión / de esisti / en la huida // si algo me ataba / a mi deseo / de viaje / era desdibujar / lo que la vida / se empeñaba / en decirme // el mar / podía con todo // con mi sueño / de doncella / con mi visiones / de la tardes”). Ormai non c’è più scelta (“Todos los caminos / conducen / a mi casa”; e ancora “sueño / café y galletas / para el desayuno”). Chiudono la sezione: “El jardín”, nella quale il fantomatico paradiso terrestre tanto agognato sembra ormai raggiunto, tra ancestrali presenze (“Algo / que no podría llamarse / terreno / avanza // he aprendido / a aceptar esta fuerza // sin prisa // camino hacia la puerta”); e “La casa” , spazio fisico dell’incontro con la famiglia, simbolo di protezione e immagine paradigmatica dell’universo, dove passato e presente finalmente convivono (“Nos vemos más de cerca / uno el otro”; “el mar está dormido / por una calle baja / un puñado de gente // Día de San Gennaro / en Napoli // en toda partes / descubro / la cara de mi abuelo”).

La seconda sezione è “Inestabilidad”, interamente attraversata dal senso di precarietà trasmesso dal dualismo ineluttabile tra vita e morte (“La inestabilidad / convive / con la ilusión de tiempo”), dove ogni esistenza quotidianamente muore e si rinnova (“Nada es estable / bajo el sol”; perché “El universo / es una ilusión / que se prolonga en cada parpadeo // y que muere / cada istante / dentro de nosostros”). Sembra che la poetessa osservi con ammirazione gli aspetti ben visibili della natura (“Busco la solidez / de las hojas / que caen en el agua”), in un universo che sembra una sorta di “grande gioco” (“Parte del juego / de la fugacidad / es no saber / que el universo miente / a través del pasado / a través de su forma ilusoria / en nosotros”). In un mondo fatto di frammenti si afferma il ciclo inarrestabile di vita-morte-resurrezione (“Permitir el paso de las horas / como si el mundo / fuera más / que fragmentos”). La vita resta percepita come instabilità (“El olor / a desaparición / pre existe / a cada epifanía”; o ancora “el tiempo existe / para que algo perezca”). L’essere umano, nei suoi costanti tentativi di solidità, è come un insieme di particelle “mientras / el viento insiste / recio / contra la arena” (“El mundo / está hecho / de desapariciones / de burlas a la estabilidad // la solidez de una palabra / reposa / en el eco infinito / que se propaga hacia el pasado / hacia el tiempo / que ahora se extingue”); prova a nutrirsi di sogni e illusioni, scoprendosi però impaurita sintesi di “frammenti” (“Cada ilusión de casa / cada ideal de refugio / lo inestable / nos acompaña / y nos nombra / para luego mostrarnos / la nada / y los espero rotos”) o, più frequentemente, morto o addormentato (“en un instante / el paisaje del sueño / habrá cambiado / y entonces / apareceremos / muertos / - o dormidos – “). Un senso di eterna caduta si affaccia inesorabile (“Caes / sin ilusión de regresar”).
Si approda così all’ultima sezione “Acróbata”: nel dormiveglia, l’uomo torna ad interrogarsi sulle reali possibilità di incontrare il proprio passato (“aprendo a perdonar / mi desencuentro / al respirar / desnudez”; “buscaba a mis amigos / a los adolescentes acróbatas”). Sembra essere la parola poetica una possibile soluzione per “diseñar un alfabeto útil / al sueño”, mentre l’artista-acrobata persiste nella sua disperata resistenza grazie alle sue sibilline sensazioni (“nos toma la sensación / de venir de otro mundo / frágiles organismos / en sueños”). L’esistenza appare come una successione di enigmi da decifrare, lasciando respirare una sorta di presagio di morte al cospetto di un mondo che è destinato a durare (“Hay un camino atemporal / que no es transitable / hay una cita / a la que no asistiremos”), ma anche una suggestiva ipotesi di “fusione” nella “luce del sogno” (“Soñé / un cuerpo // frágil / como la lluvia // vestía / mi delgadez / de niña / me confundía / con la tela del aire // casi incorpórea // al ritmo / de una nada perfecta // subía / como una virgen // transparente / soluble // a la luz”; o ancora “Si tú aparecías / eras parte de todo / y allí no había distancia / entre yo / - solo, incólume, perfecto - / y ambos / - indiferenciados, poderosos, ciegos – “). La poesia di Carmen Leonor Ferro si conferma incentrata sulla costante necessità di reinventarsi propria di ogni essere umano, sempre pronto per forza di cose a “prendere il primo treno” verso una storia sempre nuova, con la sensazione poco appagante di percepirsi incompleto. In questo panorama spiazzante, spetta forse al “sogno della poesia”, seppur sfocato o deforme, ritagliarsi un ruolo privilegiato di consapevolezza o di speranza: “Hacer caso / a las deformidades del sueño / - con cariño - / me pareció saludable”.

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